L'avvento della riforma trappista a Casamari nel 1717 diede un nuovo impulso alla vita di tutta l'abbazia e, conseguentemente, anche alla biblioteca.
 |
uno scrivano (riproduzione) |
Nei lavori di restauro e di adattamento dei locali, eseguiti dai Trappisti, viene sistemato un apposito salone per la biblioteca e per l'archivio. Detto salone, modificato nella volta durante la prima metà di questo secolo, si trova a destra non appena si sale dalla chiesa al dormitorio dei monaci.
I Trappisti a Casamari rinverdiscono la tradizione degli antichi amanuensi e cronisti del medioevo. Essi, per loro uso, copiano a mano moltissimi libri liturgici dei quali si conservano numerosi esemplari, anche di notevoli dimensioni. Numerose, poi, sono le cronache e le storie dell'abbazia, scritte nel '700 e nell' '800, conservate nell'archivio del monastero.
Nonostante questo fervore culturale, alcune persone, venute per ricerche e studi a Casamari, asportano imprudentemente libri, tanto che nel 1765 il Vescovo di Veroli, Giovanbattista Jacobini, con un decreto commina la scomunica a quanti osassero asportare libri dalla biblioteca.
Alla fine del '700, si abbatterono su Casamari e la sua biblioteca le conseguenze del dominio napoleonico. Un altro duro colpo la biblioteca l'ebbe in seguito alla soppressione napoleonica degli Istituti monastici e alla conseguente espulsione dei monaci da Casamari (1811).
La biblioteca e l'archivio furono trasportati in Veroli; tre anni dopo, insieme con i monaci, tornarono nell'abbazia, ma, purtroppo, impoveriti.
Ancora una volta i monaci si impegnarono a risollevare le sorti del loro monastero. Ed é per merito esclusivo di un solo monaco se l'abbazia di Casamari alla metà del XIX secolo può di nuovo vantare una biblioteca e un archivio degni di questo nome: don Colombano Longoria. Con una duplice arte di rilegatore e calligrafo unita ad una certa cultura paleografica e diplomatica, egli seppe con amore, pazienza ed assiduità, raccogliere e riordinare codici, manoscritti e volumi, valorizzando tutto ciò che era rimasto dopo gli scempi dei secoli addietro, inventariando con cura e sezionando ogni documento secondo l'oggetto e il tempo di sua composizione, copiando i deteriorati e trascrivendo i perduti attraverso le opere degli scrittori che li avevano riportati.
 |
particolare dei vecchi locali della Biblioteca |
Oltre al riordinamento completo dell'archivio, il Longoria curò anche il riassestamento radicale della biblioteca, della quale rilegò in pergamena un centinaio di volumi in folio e in ottavo, e riunì in volumi miscellanee, fascicoli sparsi, quinterni ed opuscoli. Inoltre dotò la biblioteca di un registro per i visitatori, che iniziò l'anno 1849 e proseguì fino al 1856.
Nella seconda metà del secolo XIX, a causa degli eventi bellici che portarono all'unità nazionale, si smarrirono molti libri e manoscritti. I monaci, temendo sequestri e sottrazioni, nascosero manoscritti, codici, incunaboli e libri rari nelle case dei loro coloni o li portarono via loro stessi. Dopo tale rivoluzione, però, alcune delle suddette opere furono restituite menomate o deteriorate dall'umidità, altre non furono più ricollocate al loro posto.
Durante il saccheggio operato dalle truppe piemontesi nel 1861, la biblioteca rischiò di essere completamente incendiata. Solo l'intervento tempestivo e convincente di un ufficiale riuscì a distogliere i soldati da tale proposito.
di A. Coratti, Rivista cistercense, anno III - n. 3